Focus sulla fibromialgia: la diagnosi

Proseguiamo la nostra disamina di questa patologia, sempre avvalendoci di quanto scritto dal Dott. Thomas Weiss (v. prima parte: Focus sulla fibromialgia: definizione e decorso). In questo secondo focus vediamo gli aspetti relativi a una diagnosi che molte volte si presenta difficile.

La diagnosi

Esami di laboratorio e diagnostica per immagini

Come stabilire con certezza se si soffre di fibromialgia o no?

I comuni esami di laboratorio non danno alcun risultato che possa spiegare i molti diversi sintomi, né servono a chiarirli i mezzi diagnostici per immagini: radiografie, ecografie, TAC, scintigrafie risonanze magnetiche (RMN) o tomografie ad emissione di positroni (PET).

Per il paziente, la mancanza di evidenze dimostrabili è spesso molto difficile da comprendere e da sopportare. Deluso, egli si sottopone dunque a nuovi esami, nella speranza di „avere finalmente qualcosa in mano“. È probabile che con una ricerca così accurata si finisca per trovare „qualcosa che non va“, perché nessuno mai è del tutto perfetto. Queste scoperte casuali vengono assunte come spiegazione di tutto il quadro sintomatico e possono portare facilmente a una terapia sbagliata.

Non solo ciò che si può misurare conta davvero

Questa situazione genera nel paziente la paura di non essere preso sul serio dal suo medico, la paura che questi lo consideri nevrotico o ritenga addirittura che sia tutto una sua invenzione.

Purtroppo questi timori non sono del tutto ingiustificati. Molti medici prendono sul serio i sintomi solo quando corrispondono a uno stato organico chiaramente identificabile. Dietro a questa convinzione giace un modo di intendere la salute e la malattia che riconosce per vere soltanto variazioni dalla norma che siano visibili o misurabili. C’è malattia, allora, solo quando i valori di laboratorio sono alterati, quando si possono riconoscere danni o alterazioni nelle immagini radiografiche o quando esami istologici rilevino evidenti alterazioni dei tessuti. La fibromialgia invece offre un quadro patologico in cui non si verifica alcuna variazione, o quasi, nella struttura delle singole parti: è la funzione a subire importanti modifiche.

Come diagnosticarla?

Sono stati stabiliti alcuni criteri di base piuttosto chiari che mettono in condizione qualunque medico di diagnosticare una fibromialgia in poco tempo. Il protocollo più conosciuto è la definizione elaborata nel 1990 dal Collegio Americano di Reumatologia: si tratta di fibromialgia quando

  • il paziente lamenta dolori diffusi da più di tre mesi. Con il termine diffusi si intende presenti sia nella colonna vertebrale (soprattutto lombare e cervicale) sia in entrambi gli arti superiori e inferiori.
  • Il paziente percepisce come dolorosa una pressione di 4 kg su almeno 11 dei 18 punti detti tender points.

La definizione elaborata nell’ambiente medico tedesco distingue fra criteri principali e secondari:

Criteri principali:

  • dolori alla schiena e in altri due diversi distretti del corpo (braccia o gambe) per più di tre mesi;
  • dolore in almeno 12 dei 24 tender points a una pressione effettuata col pollice di 4 kg, o dei corrispondenti 2 kg se effettuata col dolorimetro.

Criteri secondari:

  • presenza di almeno 7 dei seguenti 14 sintomi: estremità fredde (mani, piedi, punta del naso), secchezza della bocca, sudorazione abbondante, problemi circolatori (vertigini, pressione bassa), tremori alle mani, disturbi del ssonno, disturbi intestinali, senso di avere la gola chiusa, disturbi repiratorii, disturbi cardiaci, iperestesie o parestesie (senso di sordità, ipersensibilità della pelle), disturbi della vescica, mal di testa o emicrania.
  • depressione o alterazioni della personalità e dell’umore.

È corretto emettere una diagnosi di fibromialgia in presenza di entrambi i criteri principali o, in casi dubbi, in presenza di un criterio principale e uno secondario.